Disabilità e handicap. Due parole che non sono sinonimi. / 14 gennaio 2016

Può sembrare scontato ma una buona comunicazione si basa prima di tutto sulla comprensione di parole e concetti . Non è pedanteria: se la confusione tra termini talvolta è innocua e tutt’altro che grave, spesso invece può avere effetti molto precisi sulla vita delle persone e sull’opinione pubblica. Lo scorso 3 dicembre si è svolta come ogni anno, la “Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità” come stabilito dal “Programma di azione mondiale per le persone disabili” adottato nel 1982 dall’Assemblea generale dell’ONU. Oltre quella giornata, dobbiamo continuare a porci alcune domande: che significa essere disabile? Chi è disabile? Cosa significa handicap?

Come si sa, infatti, “le parole sono importanti” e, almeno nel caso specifico dei termini “disabilità” e “handicap” è importante riflettere sui loro significati diversi. Mentre la disabilità viene intesa come lo svantaggio che la persona presenta a livello personale, l’handicap rappresenta lo svantaggio sociale della persona con disabilità. In altre parole, se una disabilità può essere causata dalle conseguenze di un incidente o d’una malattia, un handicap è causato dall’ambiente sociale che procura uno svantaggio a singoli individui. Per chiarire, Mirella Zanobini ha scritto: “la persona disabile non si identifica con i suoi problemi: da qui la scelta di privilegiare l’espressione portatore di handicap piuttosto che quella di handicappato; l’handicap non è una malattia; può, invece, essere la ripercussione che i danni provocati da un evento morboso hanno sulla vita di un individuo in relazione al suo contesto sociale; l’handicap d’altra parte, non va confuso con una più generica condizione di svantaggio socio-culturale o di disadattamento, cioè con una situazione che deriva prettamente da fattori sociali. Emerge con chiarezza da questa precisazione, quindi la doppia connotazione, biologica e sociale, dell’handicap.”

Nel Dizionario di Economia e Finanza (Treccani, 2012), Laura Pagani dà la seguente definizione di “disabilità”: “Condizione di coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che, in interazione con barriere di diversa natura, possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri.” Sempre Treccani, nell’Enciclopedia Italiana (1933) spiega, tra le altre cose che “la parola handicap indicò quelle corse di cavalli in cui i partenti vengono disposti a distanze diverse (trotto) o caricati con pesi diversi (galoppo) graduate a seconda del loro valore, in modo da parificarne almeno tendenzialmente le possibilità di vittoria. […] Da ciò il nuovo senso di “difficoltà” assunto dal termine in quasi tutte le lingue.”

Non è, insomma, questione di politicamente corretto o scorretto. È che “disabilità” e “handicap” non sono sinonimi. Basta una breve lettura ad alcuni documenti ufficiali di organismi internazionali, l’Oms e l’ONU, per capirne la sostanziale differenza di significato, la quale, a sua volta, è gravida di conseguenze per le legislazioni nazionali e per come la società che dovrebbe garantire la riduzione maggiore possibile degli handicap per le persone disabili.

Giampiero Griffo, che è stato membro della delegazione italiana all’Ad hoc Committee dell’ONU, ha spiegato che la Convenzione sancisce definitivamente che “non sono io che mi muovo in sedia a rotelle che non posso salire su un autobus, ma è l’impresa di trasporti che deve mettere a disposizione autobus accessibili. La società deve garantire il godimento di tutti i diritti, indipendentemente dalle diversità funzionali di ognuno. […] la Convenzione obbliga gli Stati a capire qual è il funzionamento della persona e quali sono le soluzioni per sostenerlo e migliorarlo. Ogni volta che si trascurano tali caratteristiche di funzionamento, la società crea una barriera e nega la partecipazione, in ultima analisi viola un diritto umano.”

Ricordare, seppur brevemente, i veri significati di “disabilità” e di “handicap”, è utile a riconoscere che l’esperienza dell’handicap, in primo luogo, non è necessariamente ancorata a una monolitica e perpetua identità disabile e, in secondo luogo, non riguarda soltanto i corpi disabili, ma anche i soggetti che interagiscono con questi corpi e la società in generale.
(Da vedere: “70 years of development in 70 seconds: Disability”)