L’immagine condivisa. Si può ancora parlare di giornalismo? / 7 novembre 2015

La fotografia digitale pone una grande quantità di problematiche cui André Gunthert, nel suo libro L’Image partagée. La photographie numérique (Parigi, Textuel, settembre 2015), prova a dare risposta. In primis il problema dell’indicialité, ovvero dell’essere della fotografia un’impronta della realtà. I maggiori teorici della Storia della fotografia tendono, più o meno tutti e più o meno allo stesso modo, a indicare una stretta correlazione tra la fotografia e la realtà che sarebbe garantita dal processo chimico e fisico alla base dell’impressionarsi di un supporto grazie alla luce che filtra nell’obbiettivo. Per esempio, Rosalind Krauss scrisse nel ’77 che “every photograph is the result of a physical imprint transferred by light reflections onto a sensitive surface” e, di conseguenza, “the photograph is thus a type of icon, or visual likeness, which bears an indexical relationship to its object”, ovvero, con le parole di Roland Barthes del 1980, “dans la photographie, je ne puis jamais nier que la chose a été là.”
Ebbene, la questione, che escluderebbe dunque giocoforza la fotografia digitale, per la sua natura volatile, priva di supporto, fluida, versatile, ubiqua, universale e decisamente non chimica, viene da Gunthert riconsiderata e dimostrata come falsa. Né il dispositivo ottico, cioè la lente, l’obbiettivo ecc., né il supporto di registrazione, per esempio una pellicola anziché un’altra, garantiscono, neanche lontanamente, un’oggettiva aderenza alla realtà, neanche con uno strumento analogico. Qualsiasi fotografo sa bene che, cambiando lente, obbiettivo e pellicola, sarà ben diverso il risultato di fotografie dello stesso soggetto in termini di geometrie, aspetto e colori. È bene ricordare che ogni fotografia, analogica o digitale, è sempre e comunque il frutto di una scelta d’inquadratura e messa a fuoco cui può rispondere soltanto l’etica e la deontologia di chi la foto l’ha scattata. Il riconoscimento della veridicità e dell’affidabilità documentale di una fotografia passa attraverso l’accettazione di una pratica di mediazione, la pratica fotografica, inserita in un contesto di discorso culturale più ampio, dal cui ambito l’immagine assume o meno credibilità. Per esempio: l’opinione pubblica mondiale inizia ad accorgersi della prorompente rivoluzione scatenata dal diffondersi di immagini in digitale, trovandosi di fronte alle terribili foto scattate nella prigione di Abu Ghraib. Alla fine di aprile del 2004, le cronache internazionali hanno iniziato a riferire di umiliazioni e torture che venivano compiute su detenuti iracheni da parte di soldati statunitensi della forza di coalizione. È stato in particolare un rotocalco televisivo statunitense, 60 Minutes, a diffondere inizialmente con un proprio reportage la storia di abusi ai danni dei reclusi. Sui media di tutto il mondo sono così iniziate a circolare le crude immagini delle torture: per la prima volta, delle immagini digitali scattate da non professionisti e destinate a rimanere in un circuito privato, assumono il valore di documenti storici che viaggiando su Internet si moltiplicano e diffondono all’infinito. La veridicità di queste immagini, malgrado la loro natura privata e digitale, non viene messa in dubbio, poiché, secondo Gunthert, esse fanno parte di un insieme di reportage, inchieste e testimonianze sia della stampa, sia di organi investigativi militari statunitensi, pubblicati proprio in un momento, la primavera del 2004, in cui la maggioranza degli americani iniziava a sgradire la conduzione della guerra da parte dell’amministrazione Bush. Scrive Gunthert: “Mieux qu’aucun argument théorique, l’installation de la pratique numérique a démontré que la verité de l’image ne tient pas à son ontogènese […] l’appréciation de la véridicité des image s’élabore sur la base de l’expérience et de la culture visuelle contemporaine”.