Paesaggi murali / 23 aprile 2014

I Muri fotografati da Sergio Silvestrini sono ovunque intorno a noi, ma per vederli e coglierne la bellezza, più che la tecnica occorre una tenerezza intensa, una capacità di commuoversi per questi racconti semplici, disegnati dalle intemperie e dal tempo.
Vogliamo condividere queste immagini-texture mostrandovene alcune, insieme al commento di Federico Castelli Gattinara. Altre potrete trovarne sul sito www.sergiosilvestrini.it.

“Ci sono pochi precedenti sul tema di questa recente produzione di Sergio Silvestrini, e perlopiù si orientano verso direzioni differenti. Uno dei più noti e di migliore qualità nell’ambito italiano della fotografia è la lunga serie dei «Muri» del bolognese Nino Migliori, partita dai primi anni Cinquanta e proseguita fino a tutti i Settanta. «Facevo i muri, scriveva Migliori nel 1977, perché mi interessava l’uomo. L’uomo davanti ai muri si disinibisce, sia che adoperi una moneta, una chiave per graffiare o un pezzo di gesso o una bomboletta spray, libera l’inconscio, la sua gestualità ed è se stesso». Ecco, il muro, e su di esso il segno grafico come specchio sociale urbano e ancestrale luogo della comunicazione off, è proprio ciò che a Sergio Silvestrini non interessa. Rimane invece la stratificazione del tempo, la storia del tutto casuale di quel brano d’intonaco. L’intervento umano ma non solo, qualsiasi tipo di intervento meccanico, atmosferico, animale e anche umano, si vede, anzi si determina su quelle sue stampe di muro ma con tutt’altre intenzioni. Le sue foto non a caso sono «Paesaggi murali», cioè rimandano a un altrove che non riguarda affatto i motivi che hanno definito le fattezze formali di quel tratto di parete, anche se è pur vero che per essi, o meglio per il loro concatenarsi e depositarsi, che è stata poi scattata l’immagine.
Insomma siamo fuori da quell’elemento informale e segnico-gestuale che continua a «informare» tanta produzione creativa ancora oggi. C’è piuttosto una casualità fuori da ogni incoscio e psicologismo, che viene sfruttata in maniera volutamente e del tutto «formale». C’è una poesia della forma, ricercata e trovata nelle stratificazioni del tempo e degli incidenti in cui quel tratto di muro è incorso. Sole, vento, temporali, scoli d’acqua, macchie, muffe, persino deiezioni en-plein-air, buchi, crepe, toppe e riparazioni, prove di pittura, abrasioni, ossidazioni e ogni altra sorta di interventi. Tutto questo, anzi un riquadro fotografico di tutto questo, si ritaglia nelle opere di Silvestrini e viaggia di echi storico-artistici, di fantasia, di gusto personale per linee e colori. Sergio non ha dubbi a riguardo: «il contenuto della mia fotografia sono io. Il contenuto è il contenente, la mia è una sorta di metonimia fotografica».
Con l’avvento del digitale il fotografo inizialmente ha un rifiuto netto, ideologico, che lo porta persino a disinstallare Photoshop dal computer perché convinto che con esso tutto diventi davvero troppo manipolabile. In seguito capisce che il digitale significa sperimentazione senza limiti, apprendimento immediato, velocità di evoluzione esponenziale. «Non ho mai potuto sperimentare tanto in così poco tempo, senza distrazioni, senza interruzioni forzate e tempi morti. Il lavoro sui Paesaggi murali non l’avrei potuto elaborare se non in digitale. In sei mesi ho potuto raggiungere una capacità di riconoscere e trasporre certi cromatismi che in pellicola non avrei potuto realizzare neanche in anni di prove con uno stampatore bravissimo e infinitamente paziente». Forse però, ammette lui stesso, è rimasta una coda ideologica, un sospetto, un non-amore per gli effetti speciali. Nei «Paesaggi murali» l’unico effetto utilizzato è l’inversione cromatica da positivo a negativo, «ma soltanto per ottenere gli azzurri che, per fortuna, sui muri di Roma scarseggiano». Nascono così queste sue splendide trasfigurazioni, che affascinano anche perché uniscono un amore tutto metropolitano, alla sedimentazione di secoli di storia dell’arte, con assonanze facili o più complicate e preziose con tutto il Novecento, per procedere poi all’indietro fino a Turner e alla pittura «a fresco» del Rinascimento italiano. ”